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Opere 2010

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Equilibrio

equilibrio

Piazza Casotti
Reggio Emilia

Esposizioni
Afferrare la forma

copertina_libro_bCorreggio, Palazzo dei Principi
1 Maggio - 28 Giugno 2009

"Riuscire ad afferrare la forma e la struttura della figura umana è un compito molto complesso , sottile e difficile, e proprio questo rende la figura umana il soggetto di studio più entusiasmante."
(HENRY MOORE)

La scultura, sosteneva Argan scrivendo di Moore, non è platonica armonia di proporzioni, ma drammatico conflitto di forze, è lotta della forma per equilibrarsi e consistere in uno spazio.Ora a noi pare che queste parole possano servire quale filo d'Arianna per orientarsi nel lavoro di Mario Pavesi, artista che ha sempre inteso la propria scultura come ricerca e tensione di valori plastici, ovvero come solidità di volumi che occupano con fisica forza lo spazio.

E crediamo sia questa la ragione per cui Pavesi non ama presentarsi all'osservatore con un' unica identità stilistica, preferendo egli un più ampio registro di linguaggi, quasi a voler testimoniare che il volume e la forma hanno differenti possibilità d'espressione, e che tutte queste possono, debbono anzi, essere indagate e rese concretamente visibili: anche perché -come avrebbe detto il grande Focillon- le materie spesso comportano un certo destino o se si vuole una certa vocazione formale. E dunque il marmo, il bronzo, il gesso o la pietra, e tutte le altre materie che si prestano a "farsi" scultura, spesso debbono essere come assecondate nella loro specifiche energie plastiche, nella loro vocazione ad esprimersi per differenti tensioni e linee di forza perché esse reagiscono in modo diverso allo spazio e alla luce. E al colore, così come alla forma e al volume.

E reagiscono pure alle idee dell'artista, al suo stato d'animo, alle sue emozioni.

Tuttavia, anche all'interno di registri esecutivi diversi, Pavesi si muove coerente nel segno di questi sempre ricercati valori plastici, sempre in fecondo e teso equilibrio tra un'adesione alla carnale fisicità del reale [Equilibrio pag. xx] e l' opposta scelta di operare attraverso un accentuato linguaggio di sintesi che lo porta a lambire il confine dell'astrazione [Pensiero pag. xx] .

Ma c'è di più: c'è, infatti, un altro evidente comune denominatore che lega tutti gli esiti della sua ricerca, ed è il forte sentimento della forma organica, la volontà di creare opere in cui fluisce e scorre abbondante la vita. Una vita che è suggestione di corporea fisicità, di tangibile sensualità anche quando lo scavo formale si fa più deciso ed audace per liberare l'immagine da ogni elemento descrittivo [Ulisse pag. xx]; perché per Pavesi, fedele in questo caso alle regole della tradizione classica, la scultura si dà solo come storia di corpi e di statue [Efebo pag. xx].

E' infatti quasi sempre il corpo umano - pur con qualche proficua scorreria nel mondo animale [Cavallo imbizzarrito pag. xx]- ad essere il protagonista del lavoro del nostro scultore, ad imporsi come suo principio fondante, radice prima della vitalità delle forme, nonché della loro densa solidità di volumi, dei loro valori plastici.

 

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Dunque quali principi governano la scultura di Mario Pavesi, quale identità o quale cifra stilistica si deve assegnare al suo lavoro che oscilla tra sintesi ed essenzialità dell'immagine ed il suo polo opposto, ovvero "eloquenza" di ritmi e racconti anatomici?

Come battezzare,insomma, questa sua scultura, a quali esperienze passate, infine, la si può avvicinare?

Si può intanto cominciare a rispondere col dire che Pavesi ha assorbito la lezione di quei maestri del secolo scorso che la scultura intesero, appunto, come vitalità di forme organiche, come forza plastica e salda occupazione dello spazio. Ed è da credere che le suggestioni e le emozioni scaturite dallo studio di questi grandi artisti che tra l'altro occupano un vasto spettro di opzioni formali -da Moore a Viani ad esempio, da Brancusi a Jean Arp a Marino Marini- abbiano fecondato la ricerca del nostro autore, dal tempo aurorale della sua formazione ai pensieri maturi e colmi di invenzione del tempo presente.

 

Possiamo anche aggiungere che, nel solco di alcuni di questi maestri, Pavesi privilegia l'idea del fare grande [Divinità fluviale pag. xx] anche quando la figura è di dimensioni ridotte, anche quando questa sembra assottigliarsi in più rastremate e levigate eleganze [Maternità pag. xx]: c'è infatti, in tutti i lavori del nostro scultore, una vocazione alla monumentalità (una monumentalità priva però di ogni retorica) poiché anche la piccola opera racchiude in sé energie pronte ad espandersi in una forma di ampi volumi, in una forte solidità strutturale; e pronte alla lotta per conquistarsi uno spazio sensibile e vivo.

 

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In mostra sono presenti lavori la cui esecuzione è compresa fra il 1970 e il 2008, un lungo arco temporale denso di ricerche e di risultati. Ci troviamo infatti in presenza di opere che testimoniano la volontà dell'autore di sperimentarsi attraverso differenti partiture linguistiche ovvero, come si diceva all'inizio a proposito della riflessione di Argan su Henry Moore, di sperimentare la lotta della forma per conquistare, con i suoi volumi e la sua forza plastica, lo spazio circostante.

Dunque, perciò che riguarda la sezione dedicata alle sculture, ci sono in mostra bronzi e gessi e terrecotte, opere tutte realizzate con la sorvegliata sapienza tecnica di chi ha profonda confidenza con la materia; di chi sa alternare ad un tocco morbido e sensuoso [Risveglio pag. xx] un fare risentito ed asciutto [Andromaca pag. xx] ora ricercando volumi levigatissimi e imbevuti di luce [Torsione pag. xx], ora, al contrario, forme tormentate dagli angoli aguzzi che scoprono l'insidia e gli agguati dell'ombra [Sgroppata pag. xx].

Luce ed ombra significano, però, anche colore: del resto se volessimo a questo proposito servirci di un ossimoro, peraltro soltanto apparente, potremmo dire che Pavesi è uno scultore che fa uso di una generosa tavolozza. Le patine impiegate sono infatti molteplici nell'accorto variare dei timbri e dei toni che ora si sciolgono in una limpida levigatura delle superfici e dei piani ed ora, invece, vibrano nella scabra morsura di ossidate cromie. Certo è che in questo modo la materia spesso si compiace di fingere clamorosi cambi di identità: con il gesso che può diventare lucido marmo od assorbire i duri riflessi del bronzo [Pomona pag. xx], e con quest'ultimo che può assumere colorazioni e venature di pietre dure e preziose [Ponte pag. xx].Così, ad esempio, accade talvolta che il gesso,lungamente lavorato e levigato, si faccia accarezzare da un' algida luce che intride i volumi di casto nitore a illudere la polita superficie del marmo; e accade invece che su altre sculture, su altre sinuose e docili rotondità, che sono memorie di amate anatomie femminili, si posi morbida e calda l' aria dello spazio circostante e si intreccino di trasparenze colorate altre sofisticate finzioni, sì da doversi porre poi la domanda: è bronzo, marmo, gesso o che altro? [Evasione pag. xx].

Ed è spesso con questo interrogativo che osserviamo anche le opere in bronzo, differenti per registro esecutivo e cifra cromatica. Infatti, da immagini di rarefatta, quasi decantata o astratta essenzialità, Pavesi passa a creare forme di più dettagliata definizione dove il bronzo diventa scultura percorrendo molteplici vie tra equilibri e fratture, tra tensioni e armonie; e, ancora, tra anacoluti e torsioni, ovvero tra mancato rispetto della correttezza anatomica e il suo esatto contrario; tra spigoli vivi, plasticità trattenuta od espansa; tra il morso aspro dell'aria; tra spazi larghi oppure contratti; tra superfici lisce, scabre o porose; tra alternarsi di pieni e di vuoti. di concavo e convesso; tra luci ed ombre, infine, che talvolta assalgono con violenza le superfici e i volumi [Pietà pag. xx].

A volte la forma si offre in una sorta di frammento archeologico, torso mutilo ma potente di muscoli e nervi che sublima il ricordo di sculture classiche, quasi che l'artista si sia talora imbattuto nel fantasma del Torso del Belvedere e abbia inteso realizzarlo in chiave di contemporaneità [Torso pag. xx]; altre volte, invece, questa forma inclina verso suggestioni di arcaismo, opere in cui l'essenzialità dei mezzi espressivi sembra attingere dal mito delle origini la forza dell'eros o il proprio anelito verso un' intensa spiritualità [Greta pag. xx]. Altre volte, ancora, i volumi, realizzati con una cifra di abbreviata efficacia, vengono imprigionati da risentite squadrature e netti tagli di piani in un rifrangersi acuto di luci [Torso femminile pag. xx].; al punto di tradurli, questi volumi, entro partiture non immemori di qualche franta torsione espressionista.

Insomma, ci troviamo davanti ad un' articolata campionatura di forme le quali oscillano, come avrebbe detto Moore, tra bellezza e potenza di espressione; forme, dunque, scandite o da ritmi puri e torniti in cui l'ombra non sembra trovare cittadinanza di sorta o, al contrario, da volumi di spessa corporeità, talora aggrediti da aspre fratture, che si esprimono per suggestiva forza di pathos. Nell'uno e nell'altro caso, tuttavia, ci troviamo di fronte a sculture nelle quali emergono sempre, e si impongono, quei valori plastici che Pavesi ha ricavato dalla lezione congiunta dei classici e delle avanguardie storiche.

 

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Infine la pittura, ultimo capitolo della lunga riflessione che Mario Pavesi ha condotto sulla forma; il nostro artista, infatti, non si è mai sottratto all'impegno di misurarsi anche con questa

Disciplina, contrappunto della scultura, di misurarsi cioè con lo spazio del quadro e con le forme che questo spazio a due dimensioni può suggerire.

L'inizio di questo suo confronto con la pittura si ebbe nel segno di un virtuosismo illusionistico e prospettico che, attraverso suggestioni tratte da antichi maestri (colori, luci e atmosfere quasi da Seicento fiammingo), giungeva a recuperare certe sperimentazioni formali del Dalì anni Cinquanta del secolo scorso : così che le sue riflessioni sul corpo, un corpo di plastica e analitica definizione anatomica, venivano scandite entro un dilatato respiro di ardite prospettive e di spazi profondi. [Equilibrio pag xx ]

Tutto ciò però avveniva al principio degli anni Ottanta.

Ora, invece, il nostro artista ha abbandonato l'opzione figurativa, ma non ha tralasciato il suo lungo lavoro di ricerca sulle potenzialità plastiche del colore e del segno; e tale ricerca ha condotto Pavesi in un territorio ricco di risonanze informali, denso di fisicità e di forti colori [Luoghi comuni 2007 pag xx].

E' bene però precisare subito che il "Neoinformale" di Pavesi appare lontano da quei gesti convulsi e da quel violento scontro di segni che, nell'agitata risacca delle materie cromatiche, appartennero ad una poetica ormai affidata alla Storia. Egli, infatti, dipinge con gesto largo e meditato, con ampi colpi di spatola che portano il colore a distendersi come uno spesso intonaco sulla superficie del quadro.

Pavesi dunque opera senza lasciarsi mai attrarre dai furori romantici che segnarono un ‘epoca, senza lasciarsi sedurre dalla casualità del gesto, dall' automatismo violento di un segno travolto dai vortici di una materia non ancora uscita dal caos.

E neppure egli nutre alcuna affinità elettiva nei confronti di quella specifica declinazione dell'Informale, tutta padana, peraltro, che venne chiamato Ultimo Naturalismo e in cui la Natura, appunto, riesce ancora ad emergere sia pure come trepida capacità evocativa, figura soltanto suggerita, appena riconoscibile nella sua ultima identità.

Definita perciò, attraverso una sorta di teologica via negationis, cosa è la pittura di Mario Pavesi, sarà tuttavia opportuno indicare ora quale ne sia la caratteristica più significativa: che si evidenzia in un bisogno d'ordine e di simmetria grazie a cui le "forme" si dispongono sulla superficie della tela con regolare modularità. [Luoghi comuni 2007 pag xx]. Insomma, un umbratile esprit de geometrie sembra permeare i dipinti di Pavesi che costruisce le sue "figure" (approssimativi rettangoli sghembi, quadrati con angoli smussati e arrotondati) assemblandole nello spazio centrale del quadro e rinchiudendole, poi, nella sottile ancorché decisa grafia della linea di contorno.[ Luoghi comuni 2007 pag xx]

Dunque un "Informale riformato", quello del nostro artista, nelle cui opere, forse, si avverte una rarefatta eco del lavoro di un suo conterraneo, Vivaldo Poli; e pensiamo qui al Poli degli anni Sessanta del secolo scorso il quale, rifiutando l'instabile provvisorietà del segno/gesto proprio dell' Informale più radicale, costruiva la forma con un saldo impianto strutturale modulato su accorti bilanciamenti di curve e di linee che scandiscono ritmici contrappunti d'immagini.

Anche in Pavesi vi è questa sublimata presenza di equilibrio e di simmetria che tuttavia concede al colore di infiammarsi di accese, squillanti vampate [Luoghi comuni 2008 pag xx] e alla materia di farsi talvolta porosa terra carsica. Su cui anche il segno può diventare graffio e ferita, intorbidandosi in qualche grafia tormentata [Luoghi comuni 2008 pag xx]; e su cui pure il colore a volte s'addensa in macchie di inquieta, "disordinata" quanto vitale energia che cerca di forzare ogni equilibrio in favore di più dissonanti armonie [Luoghi comuni 2008 pag xx].

In ogni caso nelle sue opere pittoriche vi è la stessa fermezza d'impianto presente nelle sculture; vi è, insomma, la stessa ricerca di valori plastici, il medesimo rigore costruttivo che qui, nella pittura, isola od oppone la materia in larghi e netti contrasti cromatici, che si misura in forme "prime", solide e compatte entro un ordine di equilibrati raccordi compositivi.

Così, se ai colori,oli, acrilici, tempere o chine che siano, si sostituissero sulla tela sacchi o cretti, o cellotex, verrebbe subito in mente anche il nome di Alberto Burri, che è l'altro artista a cui Pavesi, almeno questo è il parere di chi scrive, sembra rivolgersi in chiave di intelligente e moderna rivisitazione.

Giuseppe Berti

[Introduzione al catalogo della mostra]

 


Cavallo imbizzarrito
Cavallo imbizzarrito -particolare-
Vedere l'erba dalla parte delle radici
Ercole e Caco
Luoghi comuni
Nudo